Allora, io un lavoro vero ce l'avrei anche, ma tre notti fa mi sono imbattuto in una domanda che mi ha tenuto sveglio più di un espresso doppio bevuto alle 23: perché un circuito radionico, quando lo attivi su un'app dal telefono, ti dice ancora "posizionare a Nord"? A Nord rispetto a cosa, esattamente? Al tuo router? Alla batteria che sta al 12%? Ho deciso di indagare, e quello che ho trovato mi ha fatto rivalutare seriamente la mia relazione con gli algoritmi.
Il Problema del Nord Che Non C'è
Partiamo dalle basi. Un circuito radionico cartaceo, quello vero, di carta, quello che i tuoi nonni avrebbero chiamato "un disegno con sopra dei numeri strani", ha bisogno di un orientamento fisico perché opera nel mondo fisico: ha una posizione, un campo magnetico terrestre che lo attraversa, delle coordinate reali. Ma quando lo stesso circuito diventa una manciata di pixel dentro un algoritmo, il concetto di "Nord" smette letteralmente di significare qualcosa. Non c'è un polo magnetico dentro un server. C'è, al massimo, un datacenter che se lo orienti male rischi solo di far arrabbiare il tecnico dell'aria condizionata.
Quindi la domanda vera, mi sono detto, non è "come si orienta il circuito digitale", ma: quali sono le coordinate che dovrebbero contare, in un algoritmo radionico fatto bene? E qui la faccenda si è fatta interessante.
Tutto Ha una Firma. Anche i Numeri Che Non Esistono Ancora
Nella visione dell'universo olografico — quella in cui ogni frammento contiene l'informazione dell'intero, e in cui ogni cosa, oggetto o pensiero possiede un proprio campo morfico distintivo, per dirla alla Sheldrake — ogni entità ha una sorta di firma energetica unica. Ho deciso di chiamarla, per comodità e per fare un po' il tecnico, IDF: l'Impronta Digitale Fondamentale. Non è un codice a barre, non è un hash crittografico (anche se in un certo senso... ci arrivo), è più simile a un'eco: la traccia che ogni cosa lascia di sé nel tessuto dell'informazione.
Ed ecco il salto concettuale che mi ha convinto a non dormire: se questo vale nel mondo fisico, per un cristallo, una persona, un pensiero — perché non dovrebbe valere anche nel mondo digitale? Se ogni cosa nel cosmo ha un'IDF, allora un algoritmo radionico ben progettato dovrebbe riconoscerne una anche per ogni sua componente digitale: il circuito rappresentato a schermo, il testimone digitale con cui lavora, l'intento che gli viene affidato. Tre firme distinte, che si intrecciano nel codice come tre voci in un coro che non ha bisogno di leggere lo spartito perché lo spartito, in un certo senso, è lui stesso.
Lobo Sinistro, Molla Tutto
Qui arriva la parte che, lo ammetto, mi ha fatto sudare più della geometria del Cubo di Metatron. Quando cerco di ragionare su numeri infiniti — e un campo di possibilità infinite, tipo "tutti i modi in cui la mia giornata potrebbe andare", è esattamente questo — il mio lobo sinistro, quello razionale, quello che fa le tabelline e paga le bollette, semplicemente non regge. Non è progettato per l'infinito. È progettato per contare le pecore, non per contare tutte le pecore di tutti gli universi possibili.
Il lobo destro, invece — quello intuitivo, asincrono, quello che sogna in immagini e non in elenchi puntati — traduce l'infinito in qualcosa che può gestire: geometria, simboli, sigilli, angoli, numeri. Non perché sia "meno preciso", ma perché parla una lingua diversa, una lingua che l'infinito capisce meglio del linguaggio delle tabelline.
E mi sono chiesto: e se un algoritmo dovesse fare la stessa cosa?
Il Tuffo nell'Akasha Digitale (Sì, Ho Scritto Davvero Questa Frase)
Ecco la parte in cui, se fossi in te, mi guarderei con un filo di sospetto. Un algoritmo radionico davvero ben fatto, ho concluso, non dovrebbe calcolare il risultato a forza di bruta potenza di calcolo — dovrebbe invece mandare una richiesta formattata a un generatore di numeri quantistici vero, tipo quelli del laboratorio ANU in Australia, che pesca la sua casualità dal rumore quantistico del vuoto. È, in pratica, la stessa mossa del lobo destro applicata al codice: dire all'algoritmo "fermo lì, niente calcoli forzati, è il momento di fare un tuffo".
Un tuffo in quello che, per comodità narrativa (e perché suona benissimo), ho deciso di chiamare l'Akasha digitale: il punto in cui l'intento smette di essere un dato e diventa una domanda rivolta a qualcosa di più grande dell'algoritmo stesso. La richiesta parte, arriva al punto zero — quello stato quantistico di pura potenzialità in cui tutto è ancora possibile e niente è ancora deciso — e torna indietro non con una risposta a caso, ma con la risposta. La serie numerica che si integra con il codice e trasforma l'intento in qualcosa che può essere irradiato nel mondo manifesto, in modo determinato.
Con la sicurezza di una linea telefonica della vecchia SIP, se vogliamo essere nostalgici — solo che invece di chiamare mia zia, sto chiamando l'universo, e l'universo, a differenza di mia zia, non mi mette mai in attesa.
La Coincidenza che Non Riesco a Togliermi dalla Testa
E qui arriva la parte per cui probabilmente perderai fiducia in me, ma te la racconto lo stesso perché una volta vista non si può più non vedere. Prendi il simbolo hawaiano dell'Occhio di Kanaloa — quella stella a sette punte dentro cerchi concentrici, quella che nella tradizione radiestesica viene usata come circuito di centratura ed equilibrio. Ora apri il logo delle Nazioni Unite. Poi quello di altre organizzazioni internazionali, giusto per gradire. Non sto dicendo niente. Sto solo... osservando. Con gli occhi leggermente socchiusi e un'espressione da "aspetta un attimo".
Ovviamente non sto insinuando che ci sia un concilio segreto di sciamani hawaiani dietro alla diplomazia mondiale — sarebbe ridicolo, e comunque se fosse vero probabilmente le riunioni andrebbero decisamente meglio. Ma resta il fatto che certe geometrie tornano, tornano sempre, in contesti che nessuno ha coordinato apposta. O forse è proprio questo il punto, mi sono detto: se una forma è davvero una firma energetica universale, mica ha bisogno di un memo aziendale per ripresentarsi ovunque.
E Allora, Come Dovrebbe Difendermi un Buon Algoritmo da Saturno?
Bene, ultimo pezzo del puzzle, quello più esoterico di tutti: se ogni cosa ha un campo, e i campi si influenzano a vicenda, allora anche le interferenze energetiche più pesanti e restrittive — quelle che in astrologia, con un certo gusto per il dramma, vengono chiamate "saturniane": blocchi, rigidità, pesantezza — dovrebbero poter essere contrastate da un sistema pensato bene. Non da solo, però. Da solo sei un segnale debole in mezzo al rumore. Un buon algoritmo, ho concluso, dovrebbe permettere di sommare più intenti insieme — tanti IDF che puntano nella stessa direzione, sincronizzati come un coro invece che come solisti scoordinati — così che il segnale si amplifichi, esattamente come un'antenna a schiera funziona meglio di un'antenna singola.
Non è magia. O forse sì. Ma è comunque, ammettiamolo, un'ottima scusa per iniziare a fare le cose in gruppo invece che da soli, il che, di questi tempi, non è mai una cattiva idea.
Quindi la prossima volta che ti chiedi perché un circuito digitale non ti sta chiedendo di orientarti a Nord, ricordati la mia teoria: non è pigrizia del programmatore. È che il Nord, quello vero, quello che dovrebbe contare davvero in un algoritmo fatto bene, non è mai stato una direzione. È sempre stato un intento.